mercoledì 3 giugno 2026

Difendere la nostra umanità

Me la sono gustata perché ogni paragrafo è stato illuminante: fa assaggiare quella che è la Dottrina Sociale della Chiesa e come si declina nella nostra contemporaneità. Sicuramente nei prossimi mesi affronterò di nuovo questa enciclica, avrò certamente l’opportunità di approfondirla, ma una cosa di sicuro l’ho intuita: il punto da difendere è la nostra umanità.

Magnifica humanitas è una lettura che ogni fedele dovrebbe affrontare perché, se è vero che il potere decisionale non lo deteniamo tutti, è altrettanto vero che il rischio di disumanizzare l’essere umano non esclude nessuno. Tutti siamo chiamati a costruire la “civiltà dell’amore” facendo del nostro meglio disarmando le parole, costruendo la pace nella giustizia, assumendo lo sguardo dei poveri e sofferenti, coltivando un sano realismo e acquisendo un’attitudine a costruire legami di fraternità.

È vero che si parla di Intelligenza Artificiale, ma questo è il punto di partenza perché quello che Leone XIV vuole dirci è di non perdere di vista la nostra umanità, che è questa da preservare per costruire un mondo in cui possiamo vivere in pace, in cui i diritti di tutti e tutte vengano rispettati. 

giovedì 21 maggio 2026

Scoprire la croce di Cristo

Eugenio De Mazenod era un uomo assetato d’amore. Passionale, con un cuore grande, amava visceralmente le persone che aveva accanto.

Eugenio ebbe un’infanzia segnata da continui traumi: a due anni perse la sorella maggiore, poi la Rivoluzione francese costrinse la famiglia all’esilio, tra continui spostamenti. La madre tornò in Francia con l’altra figlia, lasciandolo crescere solo con il padre e due anziani zii. A Palermo trovò nella duchessa di Cannizzaro una figura materna, ma perse anche lei. Tornato in Francia a vent’anni, scoprì di non avere più una casa né una famiglia unita: il padre rifiutava di rientrare e i genitori stavano divorziando. Tentò invano di impedirlo.

Dunque, Eugenio era un giovane che aveva vissuto ripetutamente l’esperienza dell’abbandono e della solitudine. Era un ragazzo pieno di ferite, con un cuore che aveva bisogno di essere amato. In tutti gli anni trascorsi fino a quel momento, Eugenio era stato un buon cristiano che cercava di guadagnarsi la fedeltà di Dio per non sentirsi abbandonato anche da Lui. Viveva la religione come un dovere e non come un atto d’amore.
Un Venerdì Santo, davanti al crocifisso, vede per la prima volta, in modo “vitale”, che era stato amato così tanto al punto che Gesù era morto per lui. Inizia cioè a guardare se stesso alla luce di quell’amore, un amore che non gli chiedeva di essere diverso: Gesù lo amava così com’era, con le sue ferite, i suoi fallimenti, la sua “sete”.

L’incontro con l’amore di Cristo crocifisso non ha colmato questa sete d’amore che Eugenio aveva. Per tutta la vita si è portato dietro questa estrema necessità di essere contraccambiato nell’amore che provava per gli altri, il desiderio di trovare un’amicizia intima e sincera, reazioni e manifestazioni d’amore apparentemente sproporzionate.
Ma io credo che quell’incontro gli abbia dato la pace di guardare a se stesso per ciò che era e di accogliere le sue ferite. Accogliere e abbracciare le sue croci. E, attraverso quell’esperienza, ha trovato la forza necessaria per capire che poteva trasformare la sua croce in qualcosa che desse vita agli altri.

Perché Eugenio ha amato così tanto gli abbandonati, gli ultimi? Perché lui stesso ha fatto sulla sua pelle l’esperienza di essere abbandonato. Ha amato i feriti perché lui, prima di tutto, era un ferito.
Ma non ha permesso che quella croce lo schiacciasse: l’ha trasformata in vita per gli altri.

Noi siamo la resurrezione della croce di Eugenio!
Dalla croce di Eugenio sono nate le comunità oblate, migliaia di Oblati che, in tutto il mondo, nel corso di due secoli, sono stati accanto ai poveri. La croce di Eugenio è stata sorgente di vita per migliaia di giovani, di adulti, di anziani, e oggi anche per noi.

A partire dal Venerdì Santo 1807, Eugenio non cercherà più il ricongiungimento dei suoi genitori, ma si metterà al loro servizio, li unirà al suo cuore e li accompagnerà affettuosamente fino alla morte di entrambi. Lui, che era stato abbandonato, non li avrebbe mai abbandonati.” (P. Mammana)

Ora guardiamo alla nostra vita e alle nostre croci. C’è chi si porta dietro gravi problemi di salute, malattie croniche, malattie invalidanti o che rendono la vita più difficile. Qualcuno può vivere situazioni di difficoltà interiori, psicologiche, spirituali. Per qualcuno la croce può essere una situazione familiare complicata; possono esserlo i figli, piccoli o grandi che siano. Può essere il lavoro che sei costretto a fare, il posto in cui ti trovi ad abitare. La tua croce puoi anche essere tu: il tuo carattere, la tua solitudine, la tua difficoltà davanti a certe cose. “La mia croce sono io, io croce a me stesso”, scriveva p. Mario Borzaga.

Nessuno di noi è esente dalla croce e nessuno, di certo, la accoglie di buon grado. Ma cosa ne facciamo di queste croci? Come possiamo fare in modo che diventino vita, che siano resurrezione?
Ognuno nella vita porta delle croci, a volte molto grandi. E non è mai facile mettersi davanti a Dio e dire: “Sì, la accolgo, trasformiamola in vita!”. Ma se c’è una cosa che ho imparato, anche guardando a Eugenio, è che ogni dolore patito, ogni croce vissuta, mi insegnano a guardare gli altri a partire dall’esperienza della croce. Mi insegnano a capire meglio le sofferenze degli altri, a stare accanto in un modo nuovo, mi mostrano che cosa sia la misericordia.

Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, è vero anche che deve schiodare tutti coloro che vi sono appesi.” (Don Tonino Bello)

Angelica Ciccone

venerdì 13 marzo 2026

Io e le amicizie

Una volta consideravo “amici” tante persone. Molte sono state delle meteore, altre hanno lasciato un segno indelebile sulla mia pelle (nel bene o nel male). Molte di queste persone mi hanno rispettato; altre mi hanno sfruttato e deriso. Alcune erano solo compagni e compagne di merenda, con le quali il rapporto si limitava a fare festa.

Con la maturità della mia età (a 43 anni posso ritenermi maturo) ho capito che l’amicizia ha un peso specifico nella mia vita e, oggi, posso definire “amiche” una quantità esigua di persone. Questo, ovviamente, non significa che non stimi e non voglia bene le tante persone con le quali condivido un pezzetto di strada, ma l’amicizia è tutt’altra cosa.

Gli amici, infatti, sono come altri “me stesso” che la vita ha messo sul mio cammino. In loro ritrovo parti di me che mi sono nascoste: le mie paure, i miei sogni, le mie risate. Con un vero amico non c’è bisogno di fingere, perché è come guardarsi in uno specchio che non giudica, ma accoglie.

A volte gli amici pensano con una mente diversa dalla nostra (credo di non avere molti interessi in comune con loro), ma sentono con un cuore che batte accanto al mio. E questo battito si sente pure forte, anche quando sembra esserci silenzio (quante telefonate potrei fare). Per questo motivo l’amicizia è così preziosa: mi ricorda che non sono mai davvero solo, perché una parte di me vive anche negli altri.

In fondo, avere un amico significa scoprire che il mio “io” non finisce nei confini di me stesso, ma continua nelle persone che mi capiscono, mi sostengono e camminano con me. Un po’ come nel Vangelo, quando Gesù invita ad amare il prossimo come noi stessi (Mc 12,31). In quell’invito c’è il segreto dell’amicizia più vera: riconoscere nell’altro un altro “me”, qualcuno da custodire con lo stesso amore con cui custodisco la mia vita.

martedì 10 marzo 2026

Io e il Papa (a prescindere dal nome)

Mi sento figlio della Chiesa e fedele al Papa a prescindere che si chiami Giovanni Paolo, Benedetto, Francesco o Leone (giusto per citare quelli che mi hanno accompagnato dal 1982). Per essere preciso: non penso questo perché in 12 anni ho incontrato personalmente il Papa più volte (anche se solo con una stretta di mano e qualche battuta).


Sant’Eugenio de Mazenod, fondatore dei missionari OMI, si definiva “uomo del Papa”. Arrivò a scrivere che lo sarebbe rimasto anche se, nel 1826, Leone XII non avesse approvato le Costituzioni e Regole della congregazione.

Sulla scia del santo fondatore, io, che da laico condivido il carisma missionario oblato, sento forte questa appartenenza filiale al Papa. Questo non vuol dire essere cieco davanti alle cose che nella Chiesa non funzionano; non vuol dire essere sordo all’urlo dei poveri che, spesso, viene inascoltato. Questo significa che ho fiducia nello Spirito Santo, il quale affida il governo della Chiesa nelle mani di una persona che Lui ritiene quella giusta.  Certo, in passato ci sono stati pontefici discutibili, ma io mi soffermerei su quelli contemporanei.


Per questo motivo non amo i paragoni sui pontefici che si sono susseguiti perché ognuno di essi è figlio del tempo che vive e portatore di una personale storia che lo ha formato come uomo prima e poi come papa.


(Foto: Vatican Media)

sabato 20 dicembre 2025

Pane, amore e caos

Nata dall’amore tra cielo e mare,

tra il canto di una sirena e il sale .

Mani greche tracciarono un nome,

come un augurio: Neapolis.


Il Vesuvio ti guarda, padre e minaccia,

scrivendo col fuoco la tempra della tua gente.


Campane medievali battono il tempo,

vicoli stretti custodiscono preghiere e pane.

Re e rivoluzionari dividono lo stesso cielo,

azzurro, ostinato e immortale.


La Spagna porta ombra e splendore

e il barocco esplode come un coro.

I Borbone sognano palazzi e teatri,

mentre il popolo inventa canzoni

per non piegarsi al dolore.


Guerra e macerie,

ma la città si rialza da sola:

mani nude contro la paura,

quattro giorni per dire al mondo

che Napoli non si arrende. Mai!

domenica 10 agosto 2025

I colori di Gaza

Bianca è la paura

di chi vive abbandonato,

di coloro che il fuoco

ha bruciato ogni speranza.

Rossa è la rabbia

di un popolo che inerme

vede morte nelle culle

al posto di tenerezza.

Nero è il lutto

di chi è schiacciato nella morsa

di chi lo vuole distrutto

e chi lo sfrutta per potere.

Verde è la speranza

di chi vuole libertà,

la stessa nella quale

ciechi ed egoisti sguazziamo.

giovedì 7 agosto 2025

La trasformazione della polemica. Un pensiero sulla missione nel digitale

Polemiche! Sempre e solo polemiche! (Non mi riferisco alle persone della foto).

Tutto si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Lo dice chiaramente Lavoisier e, in qualche modo, lo dice anche Bolter quando parla di “rimediazione” (in inglese, rimediation). Per il massmediologo statunitense ogni media vecchio non viene sostituito da uno nuovo ma quest’ultimo lo “rimedia” inglobando in se le caratteristiche di quello precedente.

Se ci facciamo caso, infatti, guardiamo film e serie televisive dai nostri dispositivi come se fossero tv, leggiamo libri e documenti dai nostri tablet come se fossero ancora cartacei e così via. Questo processo di rimediazione, tuttavia, non ha cancellato i vecchi media. Continuiamo ad usare libri, televisioni, radio, ecc.

Ora, perché vi sto facendo un pippone sociologico e cosa c’entra questo con la missione digitale? Perché sono rimasto basito dalle polemiche che, soprattutto da parte cattolica, hanno colpito (o vogliono colpire) coloro che si impegnano nella missione cristiana vivendo anche il digitale e accusati di protagonismo, di cercare una vetrina che metta in risalto loro stessi offuscando il messaggio del Vangelo e di seguire le logiche degli algoritmi piuttosto che quelle divine. Queste sono solo alcune delle accuse che vengono mosse a sacerdoti, religiosi e laici (anche religiose e laiche, la polemica non fa distinzione sessuale). Ora mi chiedo, e vengo al punto, se questo concetto di rimediazione citato prima è vero (e per me lo è), non varrà anche per le dinamiche che accompagnano l’utilizzo dei media?

sabato 10 maggio 2025

È disumano

Affamare un popolo è disumano.
Non avere compassione per le ferite è disumano.
Distruggere le vive case è disumano.
Sradicare le radici di intere famiglie è disumano.
Non permettere a bambini di giocare è disumano.
Rendere orfani è disumano.
Svuotare il sangue delle culle è disumano.
Violentare innocenti è disumano.
Usare la vita degli altri come scudo è disumano.
Pensare che alle brutalità si possa rispondere con altrettanta crudeltà è disumano.
Stare in silenzio davanti a queste atrocità è disumano.

venerdì 25 aprile 2025

Un ultimo saluto

Ieri l’invito ad andare a pregare accanto alla tomba di Francesco. Stamattina la grazia di averlo potuto fare e farlo come coppia perché come tale ti abbiamo conosciuto.

È dal fidanzamento, quando lo abbiamo incontrato il 14 febbraio 2014, che la figura del Papa ci accompagna. Ricordo il suoi consigli sul non andare a letto senza aver fatto la pace e le tre parole, permesso, grazie e scusa, che devono accompagnare tutti i rapporti. Consigli sani, visto le difficoltà che abbiamo incontrato nei primi anni. Quella concretezza è stata tra le cose che ha salvato il nostro matrimonio.

Nel 2022, otto anni dopo quel primo incontro, abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo di nuovo. Non ce l’ho fatta e dovetti dirglielo: “Santità, noi mettiamo in pratica i suoi consigli: non andiamo a dormire se non facciamo la pace e usiamo le tre parole”. Ci sorrise e aggiunse che facevamo bene perché poi sono dolori di pancia.

Oggi gli abbiamo affidato le persone a noi care, le nostre comunità, i nostri progetti, la nostra missione cristiana (anche quella nel digitale) e la Chiesa. Soprattutto la Chiesa.

80 anni di Liberazione

Dopo tutti questi anni ha ancora senso festeggiare la liberazione dal nazi-fascismo.

Perché la Liberazione è per tutti: per essa hanno lottato donandola a me, a te, a noi.

Perché la Liberazione ci dona quello slancio patriottico che ogni tanto assopiamo cedendolo a coloro che, di questo slancio, ne fanno un uso autoreferenziale, aggressivo e di chiusura.

Perché la Liberazione è di coloro che l’hanno vissuta ma anche di quelli che ne gustano i frutti dopo 80 anni. I suoi valori sono dentro di noi.

Perché la Liberazione è il promemoria storico che indica la strada da non percorrere, che ci ricorda che il male può tornare perché è sempre fuori la porta della Storia pronto ad aggredirci.

Perché la Liberazione è anche per coloro che la descrivono con retorica enfasi.

Perché la Liberazione non appartiene solo di coloro che vorrebbero definirsi come unici detentori, dimenticando gli eroi che non erano del loro colore politico.

Perché la Liberazione è anche per quelli che vorrebbero questo ricordo cancellato.

Perché la Liberazione è di tutti i colori: rossa come il sangue versato, azzurra come il cielo che ci fa stare a testa alta, bianca come la purezza, verde come la speranza.

venerdì 18 aprile 2025

Settimo passo verso Pasqua: germogliare

Gesù lo aveva annunciato: “se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto.” (Gv 12,24). Nel dubbio che noi non avessimo capito bene, ha vissuto sulla sua pelle questo morire.

Sulla croce, infatti, ha donato la sua vita per noi ma la sua morte non è sterile perché ha portato molto frutto. Dalla croce è germogliata una vita nuova, una nuova alleanza la quale ci ricorda che non abbiamo bisogno di comprare la misericordia di Dio. Gesù ha acquistato con il suo sangue la nostra salvezza ed è ad esso che dobbiamo dissetarci quando ci sentiamo morti, quando la nostra croce diventa pesante. Sarà il sangue di Cristo il concime che farà germogliare una nuova vita. A noi resta solo andare avanti con la certezza che quel dolore è preludio di resurrezione. Perché ognuno di noi, in fondo, è il fiore più bello che possa esserci nel giardino di Dio. Dobbiamo solo rendercene conto per non appassire.

 

venerdì 11 aprile 2025

Sesto passo verso Pasqua: affidarsi

Quanta fatica facciamo ad affidarci agli altri, ci costa troppo. Abbiamo timore ad affidarci e l’abbiamo per due motivi: per non essere di peso e per orgoglio.

Non vogliamo dare fastidio agli altri e non ci rendiamo conto che non siamo chiamati a vivere da soli (gli eremiti sono una bellissima eccezione). Abbiamo bisogno dei fratelli perché non possiamo fare tutto in solitudine. Possiamo rendercene conto quando andiamo da un medico oppure quando abbiamo bisogno di un tecnico (idraulico, elettricista, meccanico). Per tutte le cose che non possiamo arrivarci da soli, abbiamo bisogno di qualcuno che ne capisca e ci aiuti. Ci dobbiamo riconoscere limitati per poter seguire Cristo sulla via tracciata da lui. Sul Calvario, nel momento più duro della sua vita, si è affidato al Cireneo, si è lasciato aiutare perché, in quel momento, la croce era pesante anche per lui che è Dio.

Abbiamo remore ad affidarci agli altri anche per orgoglio. Crediamo di essere onnipotenti ma non è così. Molte volte, personalmente, mi sono trovato di fronte al dover chiedere aiuto ma per orgoglio ho voluto fare da me combinando dei grandi pasticci. Con il tempo, però, ho capito che non c’era nulla di male a farlo mi sono reso conto che, in alcuni momenti, dovevo fare come i bambini: affidarmi. Tuttavia, nel farlo mi sono reso conto che devo avere fiducia di chi affido una mia difficoltà (ma anche una gioia). Perché affidare una parte di me è affidare un pezzo della mia vita. Lo sa bene Gesù che dalla croce affida il suo spirito al Padre con un fiducia filiale che gli da la certezza che la sua morte non è una sconfitta ma un atto che dona vita.

sabato 5 aprile 2025

Se la ami

Se la ami non legarla a te
ma sciogli la sua pena.

Se la ami non forzarla,

ma lasciala libera.

Se la ami lasciala gridare,

non spegnere la sua rabbia.

Se la ami donale la spada,

ma non trafiggere il suo cuore.

Se la ami lasciala lottare,

che trovi in te un alleato e non un nemico.

Se la ami accarezza il suo dolore

e non colpire il suo viso.

Se la ami raccogli il suo pianto

e non essere la causa delle sue lacrime.

Se la ami non giustificare la violenza

ma fai un passo verso la libertà.

Se la ami prendi la mano anche delle sue sorelle,

solo insieme si vince l’odio.

Se la ami prendi la sua mano

ma lasciala se lei vuole camminare sola.

venerdì 4 aprile 2025

Quinto passo verso Pasqua: dissetarsi

Bere è uno dei bisogni primari dell’uomo. L’acqua, infatti, è importante per il buon funzionamento del nostro organismo. Lo sa bene chi vive in paesi in cui questo bene primario scarseggia. L’acqua è funzionale al corpo, all’agricoltura e all’allevamento. Senza di essa non potremmo sopravvivere.

Dissetarsi è essenziale. Spesso, però, noi abbiamo sete di altro: di cultura, di sport e tanti altri nostri interessi. Non sono cose di cui possiamo farne a meno perché ci fanno sentire vivi. Io, per esempio, senza i libri e senza i miei Lego non saprei stare.

Abbiamo “sete” anche quando sentiamo una carenza d’amore. Questa è una sete rischiosa perché, spinti da questo bisogno importante, rischiamo di andare ad abbeverarci a fonti che sono distruttive per noi e per chi ci sta accanto. Per noi cristiani la bussola che ci guida verso fonti d’amore giuste è Gesù: è lui che ci insegna quale strada percorrere per sentirci amati e restare lontani dalle tentazioni del diavolo. Tuttavia, Cristo ci insegna anche come dobbiamo dissetare chi ne ha bisogno: con verità. Se uno ha sete e non gli dai acqua da bere, gli fai un danno enorme. Lo sa bene Gesù che, dalla croce, chiede acqua e gli porgono aceto. Chiede sollievo e gli danno altro dolore.

 

giovedì 3 aprile 2025

Un amore che non porta frutto

Mi sono innamorato dell’album Furesta de La Niña perché è una raccolta di brani che cantano la rabbia e il riscatto.

Di tutto l’album, però, la frase che porto fissa nel cuore e nella mente è quella che ho evidenziato nell’immagine condivisa. È un verso di forte impatto, che non può lasciare indifferente, che deve lasciare riflettere sulla condizione di una città da tanto amata da un amore malato, di un amore “mordi e fuggi”, quello di una botta e via. Che poi, pensandoci, questo non è neanche amore ma infatuazione sterile che non fa impegnare in un rapporto duraturo che ti fa vedere pregi e difetti del soggetto amato perché, lo sappiamo, l’innamoramento è diverso dall’amore.

Napoli come Roma, Milano, Venezia e tante altre città. Quando si punta su questo “mordi e fuggi” il primo a soffrire è il tessuto sociale perché questo si sfalda, si perde il sentirsi comunità e una società senza di essa non è feconda. 

martedì 1 aprile 2025

Speranza: antidoto alla stasi missionaria

Il contrario della speranza è la disperazione. Possiamo accorgercene leggendo il Vangelo. Infatti, dopo la morte in croce di Cristo, gli apostoli erano disperati, sbandati. Loro non sapevano cosa fare. Sì erano chiusi nel cenacolo ed erano fermi, portando su di essi il peso della sofferenza perché il maestro, il loro maestro era morto. Avevano perso la speranza.

Poi è avvenuto il miracolo e la disperazione è andata via perché la resurrezione l’ha trasformata. Non l’ha cancellata ma trasformata in speranza. Noi cristiani siamo i testimoni di questa speranza. Lo so che è difficile. Come si fa a testimoniare la speranza quando la nostra vita porta dei dolori? Come si fa a testimoniare la speranza quando ci sentiamo soffocare e non troviamo una via d’uscita? Io non so dare una risposta perché ognuno ha la sua storia e dare facili soluzioni sarebbe una violenza. Posso solo indicare il Crocifisso e sottolineare che le piaghe del Cristo non sono andate via con la resurrezione. Quelle restano li, come restano impresse nella nostra mente e nel nostro cuore le sofferenze che ci accompagnano. Tuttavia, noi siamo chiamati a viverle nella speranza, non aggrappate ad esse ma trasformarle.

Con la speranza della resurrezione gli apostoli smettono di essere chiusi e trovano la loro spinta missionaria. È dopo la resurrezione che hanno il mandato da Gesù di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo, di testimoniare quella speranza che avevano, ormai, fatta loro. Perché la speranza non è, come qualcuno l’ha definita, la “virtù debole”, non è un aggancio al quale aggrapparci per avere una consolazione che non arriva: la virtù dei disperati appunto.

venerdì 28 marzo 2025

Quarto passo verso Pasqua: donare

C’è tanta letteratura antropologica sull’importanza del dono, su come è essenziale per il funzionamento dei rapporti tra individui. Tuttavia, mi soffermerei su due aspetti interessanti che hanno a che fare più con l’aspetto umano.

Un dono è, senza ombra di dubbio, importante per chi lo riceve. Può cambiare anche la vita e far svoltare una giornata triste. Non mi riferisco solo ai doni materiali che sono, ovviamente, importanti. Se mia moglie è triste e le faccio trovare al centro della tavola dei fiori raccolti o comprati (poco importa), il suo sguardo cambia colore. Personalmente, poi, trovo sempre bello ed emozionante ricevere doni perché sono dimostrazioni di affetto tra le mie preferite. Ci sono, però, anche doni immateriali che possono essere belli e che fanno tanto bene all’anima: donare tempo ad una persona cara in difficoltà, ascoltandola, standole vicino e prenderle la mano. Un dono può cambiare la prospettiva sulle cose.

C’è anche un altro aspetto che reputo importante: il donare aiuta anche chi compie questa azione. Un dono, quando è sincero e gratuito, riempie l’anima di dolcezza, è un lasciapassare nel cuore di chi lo riceve. Poi, se il dono è fatto in un momento di dolore, assume un valore immenso. Forse è per questo che Gesù, dalla croce, dona Maria all’umanità: perché questo regalo non ha prezzo e il Cristo sofferente vuole sottolinearlo.

Lasciamoci guidare, quindi, dalla logica del dono, affinché tutti possiamo riconoscerci fratelli che crescono nell’amore.

 

giovedì 27 marzo 2025

2020 - 27 marzo - 2025: la Statio Orbis di Francesco

Oggi sono 5 anni dalla sera in cui, in una Piazza San Pietro vuota, Francesco ha preso su di se il dolore, l’attesa, la tensione e i dubbi che la pandemia aveva portato nelle nostre vite.
Quella sera il Papa è stato un cireneo che ha cercato di sollevare tanti da una croce ormai pesante.
Quella sera il Papa ci ha ricordato che tutti eravamo sulla stessa barca e “non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”. Ma non dimentichiamo che questo valeva cinque anni fa come vale oggi.

(Foto di Vatican Media)

domenica 23 marzo 2025

Le mie "prime volte" missionarie

Due pensieri dal ritorno dalla missione a Chiaiano, la missione delle (mie e tante) "prime volte". Ne condivido solo due perché le altre sono perle preziose da custodire nell'intimo.
È stata la prima volta che in maniera esplicita ho potuto fare un’attività che fosse un’emanazione del mio essere nella famiglia oblata e di farlo nella parrocchia dove sono cresciuto senza la preoccupazione che questo mio essere avrebbe causato incidenti diplomatici. I miei due mondi si sono finalmente incontrati e abbracciati: quello in cui sono cresciuto come cristiano (la parrocchia) e quello in cui vivo la mia vocazione all’interno della Chiesa (il carisma oblato).
È stata la prima volta che ho fatto un annuncio esplicito del Vangelo per le vie del mio quartiere vedendo i volti e parlando con le persone che conosco da una vita. Questa cosa, però, mi ha portato a fare un passo indietro perché mi sono reso conto che, parlando con queste persone, non portavo Cristo ma il protagonista ero io e il “che bello che sei venuto da Roma per questa missione”. Però, non ero venuto a Chiaiano per sentirmi protagonista ma per portare il seme di speranza che una vita nuova è possibile per questo spesso mi sono messo in disparte: non per una mia timidezza ma per far annunciare meglio Cristo agli altri.
È stata la prima volta, forse, che ho capito che la mia vita sarà piena di “prime volte” e che queste porteranno linfa vitale alla mia vita e al mio cammino di fede.

venerdì 21 marzo 2025

Terzo passo verso Pasqua: carità

Quando pensiamo alla carità la prima cosa che viene in mente è l’elemosina, il donare qualche spicciolo ai poveretti che chiedono un aiuto economico su un ciglio della strada o fuori le nostre parrocchie. Sicuramente quello è una forma di carità ma per noi cristiani questa ha un significato più profondo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la carità come “la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio.” Leggendo questa definizione mi vengono i brividi. Quanto è difficile mettere in pratica la vera carità quella che tutto ama, tutto sopporta!

Fortunatamente ho un maestro che, per tutta la sua vita, mi ha mostrato la via da percorrere per poter mettere in pratica questa virtù. Gesù, infatti, ha mostrato concretamente come amare Dio e gli altri anche quando questo amore non è compreso, anche quando prende la forma (illogica per le dinamiche umane) della croce. È da quel trono di morte, infatti, che ci mostra fino a dove deve arrivare il nostro amore per Dio: alla donazione totale. Quel “li amò fino alla fine” (Gv 13,1) è la meta della carità. Sarà proprio questa che porta il Figlio a dire al buon ladrone che sarebbe stato alla sua destra. Anche in punto di morte, Gesù continua a dispensare atti d’amore immensi.

Preghiamo Dio Padre che possa donarci un cuore libero di amare Lui e gli altri. Di amare come ha fatto il Figlio fino ai suoi ultimi momenti, come lo ha fatto sul Calvario: senza riserve.