Una volta consideravo “amici” tante persone. Molte sono state delle meteore, altre hanno lasciato un segno indelebile sulla mia pelle (nel bene o nel male). Molte di queste persone mi hanno rispettato; altre mi hanno sfruttato e deriso. Alcune erano solo compagni e compagne di merenda, con le quali il rapporto si limitava a fare festa.
Con la maturità della mia età (a 43 anni posso ritenermi maturo) ho capito che l’amicizia ha un peso specifico nella mia vita e, oggi, posso definire “amiche” una quantità esigua di persone. Questo, ovviamente, non significa che non stimi e non voglia bene le tante persone con le quali condivido un pezzetto di strada, ma l’amicizia è tutt’altra cosa.
Gli amici, infatti, sono come altri “me stesso” che la vita ha messo sul mio cammino. In loro ritrovo parti di me che mi sono nascoste: le mie paure, i miei sogni, le mie risate. Con un vero amico non c’è bisogno di fingere, perché è come guardarsi in uno specchio che non giudica, ma accoglie.
A volte gli amici pensano con una mente diversa dalla nostra (credo di non avere molti interessi in comune con loro), ma sentono con un cuore che batte accanto al mio. E questo battito si sente pure forte, anche quando sembra esserci silenzio (quante telefonate potrei fare). Per questo motivo l’amicizia è così preziosa: mi ricorda che non sono mai davvero solo, perché una parte di me vive anche negli altri.
In fondo, avere un amico significa scoprire che il mio “io” non finisce nei confini di me stesso, ma continua nelle persone che mi capiscono, mi sostengono e camminano con me. Un po’ come nel Vangelo, quando Gesù invita ad amare il prossimo come noi stessi (Mc 12,31). In quell’invito c’è il segreto dell’amicizia più vera: riconoscere nell’altro un altro “me”, qualcuno da custodire con lo stesso amore con cui custodisco la mia vita.

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