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mercoledì 13 gennaio 2021

Parlare di case famiglia al bancone dei salumi

Foto di una “triste” attività di una casa famiglia

Al supermercato, al bancone dei salumi siamo io e un vecchietto. La salumiera di turno ha chiesto chi fosse il primo. Sono io ma, mosso dal mio animo gentile (e dal fatto che stamattina non faccio le cose di corsa), decido di far passare per prima il vecchietto.

“Signore vada lei, tanto oggi vado con calma che non lavoro, non ho turno.”

L’uomo mi ringrazia compra quello che gli serve e va via.

“Che lavoro fa lei?” Mi chiede la salumiera.

“Lavoro in casa famiglia.” A questa frase la poveretta mi guarda con uno sguardo strano, non so se di condanna o altro. 

“Bel lavoro, peccato per quei poveri bimbi.”

“Per molti è un bene stare in casa famiglia...”

“Per tanti no, si sentono delle cose...”

martedì 2 aprile 2019

Creare Famiglia

36 anni, coniugato, vive e lavora a Roma. Un punto chiave per capire la sua vocazione per Giovanni Varuni è stato l’incontro con i missionari Oblati di Maria Immacolata. Giovanni ha infatti vissuto al Centro giovanile di Marino laziale (Roma), alcuni anni nel Movimento giovanile Costruire, per poi associarsi all’Associazione Missionaria Maria Immacolata. Attualmente lavora come educatore per la cooperativa L’Accoglienza che gestisce alcune case-famiglia a Roma.
Da più di sei anni lavori presso Casa Betania, una casa-famiglia che accoglie minori con diverse problematiche…
Ho iniziato a lavorare nella comunità di Casa Betania nel luglio del 2012. In questi anni il mio servizio (mi piace definirlo così) ha avuto tanti cambiamenti. Sono stato assunto per lavorare in case-famiglia che ospitano bambini e ragazzi con varie forme di disabilità anche gravi. Il lavoro in questa realtà va dall’assistenza pura alla persona al condividere la quotidianità con questi ragazzi. La “politica di gestione” delle case famiglie della comunità è quella di dare un ambiente all’ospite quanto più familiare possibile. Posso dire che il mio lavoro consiste anche nell’essere famiglia con i ragazzi delle case. All’inizio mi sembrava un lavoro molto duro. Ricordo che al primo colloquio dissi chiaramente che, non avendo mai lavorato con ragazzi disabili, non sapevo fino a quando avrei retto: avevo messo le mani avanti. A Casa Sull’Albero, questo il nome della struttura, sono andato avanti fino all’inizio del 2017, poi ho continuato, perché mi hanno chiesto di cambiare il mio servizio, spostandomi nella struttura “madre” dove ci sono i ragazzi che definiremmo normodotati, ma che comunque presentano problematiche. Qui il mio lavoro è cambiato del tutto: mentre a Casa Sull’Albero i tempi erano scanditi da pratiche sanitarie, cambi pannoloni, pasti e momenti di svago ora le giornate sono molto variabili. Le attività dei ragazzi sono tante e la logistica non è semplice: immaginate una famiglia con sette figli dove ognuno ha un’attività pomeridiana diversa. Ci sarebbe da impazzire! Fortunatamente la casa vede la presenza di una famiglia residente e il lavoro è molto più semplice perché organizzato bene e distribuito ancora meglio. Certo, gli imprevisti ci sono sempre, ma a quelli si trova sempre una soluzione.