venerdì 13 marzo 2026

Io e le amicizie

Una volta consideravo “amici” tante persone. Molte sono state delle meteore, altre hanno lasciato un segno indelebile sulla mia pelle (nel bene o nel male). Molte di queste persone mi hanno rispettato; altre mi hanno sfruttato e deriso. Alcune erano solo compagni e compagne di merenda, con le quali il rapporto si limitava a fare festa.

Con la maturità della mia età (a 43 anni posso ritenermi maturo) ho capito che l’amicizia ha un peso specifico nella mia vita e, oggi, posso definire “amiche” una quantità esigua di persone. Questo, ovviamente, non significa che non stimi e non voglia bene le tante persone con le quali condivido un pezzetto di strada, ma l’amicizia è tutt’altra cosa.

Gli amici, infatti, sono come altri “me stesso” che la vita ha messo sul mio cammino. In loro ritrovo parti di me che mi sono nascoste: le mie paure, i miei sogni, le mie risate. Con un vero amico non c’è bisogno di fingere, perché è come guardarsi in uno specchio che non giudica, ma accoglie.

A volte gli amici pensano con una mente diversa dalla nostra (credo di non avere molti interessi in comune con loro), ma sentono con un cuore che batte accanto al mio. E questo battito si sente pure forte, anche quando sembra esserci silenzio (quante telefonate potrei fare). Per questo motivo l’amicizia è così preziosa: mi ricorda che non sono mai davvero solo, perché una parte di me vive anche negli altri.

In fondo, avere un amico significa scoprire che il mio “io” non finisce nei confini di me stesso, ma continua nelle persone che mi capiscono, mi sostengono e camminano con me. Un po’ come nel Vangelo, quando Gesù invita ad amare il prossimo come noi stessi (Mc 12,31). In quell’invito c’è il segreto dell’amicizia più vera: riconoscere nell’altro un altro “me”, qualcuno da custodire con lo stesso amore con cui custodisco la mia vita.

martedì 10 marzo 2026

Io e il Papa (a prescindere dal nome)

Mi sento figlio della Chiesa e fedele al Papa a prescindere che si chiami Giovanni Paolo, Benedetto, Francesco o Leone (giusto per citare quelli che mi hanno accompagnato dal 1982). Per essere preciso: non penso questo perché in 12 anni ho incontrato personalmente il Papa più volte (anche se solo con una stretta di mano e qualche battuta).


Sant’Eugenio de Mazenod, fondatore dei missionari OMI, si definiva “uomo del Papa”. Arrivò a scrivere che lo sarebbe rimasto anche se, nel 1826, Leone XII non avesse approvato le Costituzioni e Regole della congregazione.

Sulla scia del santo fondatore, io, che da laico condivido il carisma missionario oblato, sento forte questa appartenenza filiale al Papa. Questo non vuol dire essere cieco davanti alle cose che nella Chiesa non funzionano; non vuol dire essere sordo all’urlo dei poveri che, spesso, viene inascoltato. Questo significa che ho fiducia nello Spirito Santo, il quale affida il governo della Chiesa nelle mani di una persona che Lui ritiene quella giusta.  Certo, in passato ci sono stati pontefici discutibili, ma io mi soffermerei su quelli contemporanei.


Per questo motivo non amo i paragoni sui pontefici che si sono susseguiti perché ognuno di essi è figlio del tempo che vive e portatore di una personale storia che lo ha formato come uomo prima e poi come papa.


(Foto: Vatican Media)