giovedì 21 maggio 2026

Scoprire la croce di Cristo

Eugenio De Mazenod era un uomo assetato d’amore. Passionale, con un cuore grande, amava visceralmente le persone che aveva accanto.

Eugenio ebbe un’infanzia segnata da continui traumi: a due anni perse la sorella maggiore, poi la Rivoluzione francese costrinse la famiglia all’esilio, tra continui spostamenti. La madre tornò in Francia con l’altra figlia, lasciandolo crescere solo con il padre e due anziani zii. A Palermo trovò nella duchessa di Cannizzaro una figura materna, ma perse anche lei. Tornato in Francia a vent’anni, scoprì di non avere più una casa né una famiglia unita: il padre rifiutava di rientrare e i genitori stavano divorziando. Tentò invano di impedirlo.

Dunque, Eugenio era un giovane che aveva vissuto ripetutamente l’esperienza dell’abbandono e della solitudine. Era un ragazzo pieno di ferite, con un cuore che aveva bisogno di essere amato. In tutti gli anni trascorsi fino a quel momento, Eugenio era stato un buon cristiano che cercava di guadagnarsi la fedeltà di Dio per non sentirsi abbandonato anche da Lui. Viveva la religione come un dovere e non come un atto d’amore.
Un Venerdì Santo, davanti al crocifisso, vede per la prima volta, in modo “vitale”, che era stato amato così tanto al punto che Gesù era morto per lui. Inizia cioè a guardare se stesso alla luce di quell’amore, un amore che non gli chiedeva di essere diverso: Gesù lo amava così com’era, con le sue ferite, i suoi fallimenti, la sua “sete”.

L’incontro con l’amore di Cristo crocifisso non ha colmato questa sete d’amore che Eugenio aveva. Per tutta la vita si è portato dietro questa estrema necessità di essere contraccambiato nell’amore che provava per gli altri, il desiderio di trovare un’amicizia intima e sincera, reazioni e manifestazioni d’amore apparentemente sproporzionate.
Ma io credo che quell’incontro gli abbia dato la pace di guardare a se stesso per ciò che era e di accogliere le sue ferite. Accogliere e abbracciare le sue croci. E, attraverso quell’esperienza, ha trovato la forza necessaria per capire che poteva trasformare la sua croce in qualcosa che desse vita agli altri.

Perché Eugenio ha amato così tanto gli abbandonati, gli ultimi? Perché lui stesso ha fatto sulla sua pelle l’esperienza di essere abbandonato. Ha amato i feriti perché lui, prima di tutto, era un ferito.
Ma non ha permesso che quella croce lo schiacciasse: l’ha trasformata in vita per gli altri.

Noi siamo la resurrezione della croce di Eugenio!
Dalla croce di Eugenio sono nate le comunità oblate, migliaia di Oblati che, in tutto il mondo, nel corso di due secoli, sono stati accanto ai poveri. La croce di Eugenio è stata sorgente di vita per migliaia di giovani, di adulti, di anziani, e oggi anche per noi.

A partire dal Venerdì Santo 1807, Eugenio non cercherà più il ricongiungimento dei suoi genitori, ma si metterà al loro servizio, li unirà al suo cuore e li accompagnerà affettuosamente fino alla morte di entrambi. Lui, che era stato abbandonato, non li avrebbe mai abbandonati.” (P. Mammana)

Ora guardiamo alla nostra vita e alle nostre croci. C’è chi si porta dietro gravi problemi di salute, malattie croniche, malattie invalidanti o che rendono la vita più difficile. Qualcuno può vivere situazioni di difficoltà interiori, psicologiche, spirituali. Per qualcuno la croce può essere una situazione familiare complicata; possono esserlo i figli, piccoli o grandi che siano. Può essere il lavoro che sei costretto a fare, il posto in cui ti trovi ad abitare. La tua croce puoi anche essere tu: il tuo carattere, la tua solitudine, la tua difficoltà davanti a certe cose. “La mia croce sono io, io croce a me stesso”, scriveva p. Mario Borzaga.

Nessuno di noi è esente dalla croce e nessuno, di certo, la accoglie di buon grado. Ma cosa ne facciamo di queste croci? Come possiamo fare in modo che diventino vita, che siano resurrezione?
Ognuno nella vita porta delle croci, a volte molto grandi. E non è mai facile mettersi davanti a Dio e dire: “Sì, la accolgo, trasformiamola in vita!”. Ma se c’è una cosa che ho imparato, anche guardando a Eugenio, è che ogni dolore patito, ogni croce vissuta, mi insegnano a guardare gli altri a partire dall’esperienza della croce. Mi insegnano a capire meglio le sofferenze degli altri, a stare accanto in un modo nuovo, mi mostrano che cosa sia la misericordia.

Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, è vero anche che deve schiodare tutti coloro che vi sono appesi.” (Don Tonino Bello)

Angelica Ciccone

venerdì 13 marzo 2026

Io e le amicizie

Una volta consideravo “amici” tante persone. Molte sono state delle meteore, altre hanno lasciato un segno indelebile sulla mia pelle (nel bene o nel male). Molte di queste persone mi hanno rispettato; altre mi hanno sfruttato e deriso. Alcune erano solo compagni e compagne di merenda, con le quali il rapporto si limitava a fare festa.

Con la maturità della mia età (a 43 anni posso ritenermi maturo) ho capito che l’amicizia ha un peso specifico nella mia vita e, oggi, posso definire “amiche” una quantità esigua di persone. Questo, ovviamente, non significa che non stimi e non voglia bene le tante persone con le quali condivido un pezzetto di strada, ma l’amicizia è tutt’altra cosa.

Gli amici, infatti, sono come altri “me stesso” che la vita ha messo sul mio cammino. In loro ritrovo parti di me che mi sono nascoste: le mie paure, i miei sogni, le mie risate. Con un vero amico non c’è bisogno di fingere, perché è come guardarsi in uno specchio che non giudica, ma accoglie.

A volte gli amici pensano con una mente diversa dalla nostra (credo di non avere molti interessi in comune con loro), ma sentono con un cuore che batte accanto al mio. E questo battito si sente pure forte, anche quando sembra esserci silenzio (quante telefonate potrei fare). Per questo motivo l’amicizia è così preziosa: mi ricorda che non sono mai davvero solo, perché una parte di me vive anche negli altri.

In fondo, avere un amico significa scoprire che il mio “io” non finisce nei confini di me stesso, ma continua nelle persone che mi capiscono, mi sostengono e camminano con me. Un po’ come nel Vangelo, quando Gesù invita ad amare il prossimo come noi stessi (Mc 12,31). In quell’invito c’è il segreto dell’amicizia più vera: riconoscere nell’altro un altro “me”, qualcuno da custodire con lo stesso amore con cui custodisco la mia vita.

martedì 10 marzo 2026

Io e il Papa (a prescindere dal nome)

Mi sento figlio della Chiesa e fedele al Papa a prescindere che si chiami Giovanni Paolo, Benedetto, Francesco o Leone (giusto per citare quelli che mi hanno accompagnato dal 1982). Per essere preciso: non penso questo perché in 12 anni ho incontrato personalmente il Papa più volte (anche se solo con una stretta di mano e qualche battuta).


Sant’Eugenio de Mazenod, fondatore dei missionari OMI, si definiva “uomo del Papa”. Arrivò a scrivere che lo sarebbe rimasto anche se, nel 1826, Leone XII non avesse approvato le Costituzioni e Regole della congregazione.

Sulla scia del santo fondatore, io, che da laico condivido il carisma missionario oblato, sento forte questa appartenenza filiale al Papa. Questo non vuol dire essere cieco davanti alle cose che nella Chiesa non funzionano; non vuol dire essere sordo all’urlo dei poveri che, spesso, viene inascoltato. Questo significa che ho fiducia nello Spirito Santo, il quale affida il governo della Chiesa nelle mani di una persona che Lui ritiene quella giusta.  Certo, in passato ci sono stati pontefici discutibili, ma io mi soffermerei su quelli contemporanei.


Per questo motivo non amo i paragoni sui pontefici che si sono susseguiti perché ognuno di essi è figlio del tempo che vive e portatore di una personale storia che lo ha formato come uomo prima e poi come papa.


(Foto: Vatican Media)

sabato 20 dicembre 2025

Pane, amore e caos

Nata dall’amore tra cielo e mare,

tra il canto di una sirena e il sale .

Mani greche tracciarono un nome,

come un augurio: Neapolis.


Il Vesuvio ti guarda, padre e minaccia,

scrivendo col fuoco la tempra della tua gente.


Campane medievali battono il tempo,

vicoli stretti custodiscono preghiere e pane.

Re e rivoluzionari dividono lo stesso cielo,

azzurro, ostinato e immortale.


La Spagna porta ombra e splendore

e il barocco esplode come un coro.

I Borbone sognano palazzi e teatri,

mentre il popolo inventa canzoni

per non piegarsi al dolore.


Guerra e macerie,

ma la città si rialza da sola:

mani nude contro la paura,

quattro giorni per dire al mondo

che Napoli non si arrende. Mai!

domenica 10 agosto 2025

I colori di Gaza

Bianca è la paura

di chi vive abbandonato,

di coloro che il fuoco

ha bruciato ogni speranza.

Rossa è la rabbia

di un popolo che inerme

vede morte nelle culle

al posto di tenerezza.

Nero è il lutto

di chi è schiacciato nella morsa

di chi lo vuole distrutto

e chi lo sfrutta per potere.

Verde è la speranza

di chi vuole libertà,

la stessa nella quale

ciechi ed egoisti sguazziamo.