Eugenio De Mazenod era un uomo assetato d’amore. Passionale, con un cuore grande, amava visceralmente le persone che aveva accanto. Eugenio ebbe un’infanzia segnata da continui traumi: a due anni perse la sorella maggiore, poi la Rivoluzione francese costrinse la famiglia all’esilio, tra continui spostamenti. La madre tornò in Francia con l’altra figlia, lasciandolo crescere solo con il padre e due anziani zii. A Palermo trovò nella duchessa di Cannizzaro una figura materna, ma perse anche lei. Tornato in Francia a vent’anni, scoprì di non avere più una casa né una famiglia unita: il padre rifiutava di rientrare e i genitori stavano divorziando. Tentò invano di impedirlo.
Dunque, Eugenio era un giovane che aveva vissuto ripetutamente l’esperienza dell’abbandono e della solitudine. Era un ragazzo pieno di ferite, con un cuore che aveva bisogno di essere amato. In tutti gli anni trascorsi fino a quel momento, Eugenio era stato un buon cristiano che cercava di guadagnarsi la fedeltà di Dio per non sentirsi abbandonato anche da Lui. Viveva la religione come un dovere e non come un atto d’amore.
Un Venerdì Santo, davanti al crocifisso, vede per la prima volta, in modo “vitale”, che era stato amato così tanto al punto che Gesù era morto per lui. Inizia cioè a guardare se stesso alla luce di quell’amore, un amore che non gli chiedeva di essere diverso: Gesù lo amava così com’era, con le sue ferite, i suoi fallimenti, la sua “sete”.
L’incontro con l’amore di Cristo crocifisso non ha colmato questa sete d’amore che Eugenio aveva. Per tutta la vita si è portato dietro questa estrema necessità di essere contraccambiato nell’amore che provava per gli altri, il desiderio di trovare un’amicizia intima e sincera, reazioni e manifestazioni d’amore apparentemente sproporzionate.
Ma io credo che quell’incontro gli abbia dato la pace di guardare a se stesso per ciò che era e di accogliere le sue ferite. Accogliere e abbracciare le sue croci. E, attraverso quell’esperienza, ha trovato la forza necessaria per capire che poteva trasformare la sua croce in qualcosa che desse vita agli altri.
Perché Eugenio ha amato così tanto gli abbandonati, gli ultimi? Perché lui stesso ha fatto sulla sua pelle l’esperienza di essere abbandonato. Ha amato i feriti perché lui, prima di tutto, era un ferito.
Ma non ha permesso che quella croce lo schiacciasse: l’ha trasformata in vita per gli altri.
Noi siamo la resurrezione della croce di Eugenio!
Dalla croce di Eugenio sono nate le comunità oblate, migliaia di Oblati che, in tutto il mondo, nel corso di due secoli, sono stati accanto ai poveri. La croce di Eugenio è stata sorgente di vita per migliaia di giovani, di adulti, di anziani, e oggi anche per noi.
“A partire dal Venerdì Santo 1807, Eugenio non cercherà più il ricongiungimento dei suoi genitori, ma si metterà al loro servizio, li unirà al suo cuore e li accompagnerà affettuosamente fino alla morte di entrambi. Lui, che era stato abbandonato, non li avrebbe mai abbandonati.” (P. Mammana)
Ora guardiamo alla nostra vita e alle nostre croci. C’è chi si porta dietro gravi problemi di salute, malattie croniche, malattie invalidanti o che rendono la vita più difficile. Qualcuno può vivere situazioni di difficoltà interiori, psicologiche, spirituali. Per qualcuno la croce può essere una situazione familiare complicata; possono esserlo i figli, piccoli o grandi che siano. Può essere il lavoro che sei costretto a fare, il posto in cui ti trovi ad abitare. La tua croce puoi anche essere tu: il tuo carattere, la tua solitudine, la tua difficoltà davanti a certe cose. “La mia croce sono io, io croce a me stesso”, scriveva p. Mario Borzaga.
Nessuno di noi è esente dalla croce e nessuno, di certo, la accoglie di buon grado. Ma cosa ne facciamo di queste croci? Come possiamo fare in modo che diventino vita, che siano resurrezione?
Ognuno nella vita porta delle croci, a volte molto grandi. E non è mai facile mettersi davanti a Dio e dire: “Sì, la accolgo, trasformiamola in vita!”. Ma se c’è una cosa che ho imparato, anche guardando a Eugenio, è che ogni dolore patito, ogni croce vissuta, mi insegnano a guardare gli altri a partire dall’esperienza della croce. Mi insegnano a capire meglio le sofferenze degli altri, a stare accanto in un modo nuovo, mi mostrano che cosa sia la misericordia.
“Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, è vero anche che deve schiodare tutti coloro che vi sono appesi.” (Don Tonino Bello)
Angelica Ciccone