lunedì 26 ottobre 2026

Giovani, l'emergenza siamo noi adulti.

L’Italia è il paese delle emergenze che potrebbero non esistere. In questo periodo, per esempio, il faro è puntato sull’emergenza educativa.

Per questo ci troviamo a ragionare, in nome dell’integrazione, su tetti per la presenza degli studenti stranieri nelle classi, come se ciò potesse mettere un freno a politiche scolastiche ed educative che non tengono al centro il benessere dei minori. Si vuole una vera integrazione? Basterebbe poco: scuola dell’infanzia obbligatoria, corsi di italiano (gratuiti ovviamente) per i genitori di coloro che sederanno sui banchi di scuola e classi con numeri di studenti limitato. Per farlo occorrono insegnanti in più, educatori e volontari. In pratica ci vogliono fondi, che chi ci governa (a prescindere dal colore politico) non riesce a reperire, ma che invece spende per iniziative di propaganda.

Ci troviamo a discutere sul disagio giovanile che molte volte sfocia in violenza. Ed ecco che per mettere un freno a questo fenomeno si manda l’esercito per le strade o si inaspriscono le pene e lo si fa solo perché la repressione è la via più facile. Occhi ciechi non capiscono che, invece, basterebbe potenziare il corpo educativo, affinché stia per le strade con quei ragazzi; che riesca ad intercettarli nei loro luoghi di vita; che faccia sentire questi ragazzi parte attiva della società e non solo come un disagio da guarire.

venerdì 17 luglio 2026

Rose e bambini. Cosa hanno in comune?

Questa pianta di rose è tornata a fiorire dopo tre (TRE) anni che non lo faceva ed è fiorita in questi giorni che sono tra i più caldi dell’anno.

Ormai ero rassegnato ma c’era qualcosa che mi spingeva a continuare a prendermi cura di questa pianta: la speranza che prima o poi sarebbe fiorita. Sapevo che questa pianta aveva tutte le potenzialità per crescere e fiorire. Dovevo solo accompagnare questa sua crescita e continuare a prendermene cura.

Con le persone vale lo stesso discorso. Quante volte nel mio lavoro incontro bambini e ragazzi “difficili”, che mettono alla prova la pazienza delle persone che sono chiamate ad avere ruoli educativi verso di loro. E tutte le volte (spesso lo dimentico), la costanza (e la pazienza) nella cura mi aiuta ad accompagnare la crescita di chi mi viene affidato. Senza perdere la speranza in un cambiamento e avendo la fiducia che questo sia possibile. Perché loro, i ragazzi, ci sono e si lasciano accompagnare solo se noi adulti ci siamo in questo gioco delle parti.

venerdì 3 luglio 2026

"Questi giovani!". Accompagnare e non giudicare

“Questi giovani!”

Tante volte sento questa frase da noi adulti e ogni volta provo rabbia perché, spesso, la causa del loro malessere siamo noi adulti che non riusciamo ad accompagnarli.

Più volte mi sono trovato a ragionare sullo stare con i giovani e per i giovani (il mio lavoro educativo mi porta a farlo) e il testo di Nicola Camporiondo entra di diritto nelle mie riflessioni perché il suo è un libro che parla ai ragazzi trattando temi come la famiglia, l’amicizia e (da buon missionario digitale) la fede. Non quella bigotta, pronta a puntare il dito e che fa sentire giudicati. Nicola parla di un Dio che ti accompagna e che s’incarna nelle cose della nostra vita; un Dio che ci spinge ad andare oltre le nostre difficoltà e guardare le nostre resurrezioni. 

Tuttavia, non crediate che questo libro parli solo di “cose di Chiesa”. Parla del bisogno degli adolescenti di sentirsi accolti, ascoltati e di avere accanto figure educative che sappiano essere padri e madri (in senso lato ovviamente), che siano rispettosi dei tempi degli adolescenti ma che sappiano contenere con amore ed empatia la loro vita. Per questo motivo il libro non parla solo ai giovani ma anche a noi adulti.

Chiudendo il libro, infatti, mi sono reso conto che Nicola non scrive per insegnare qualcosa ai ragazzi, ma per ricordare a noi adulti come si sta accanto a qualcuno senza giudicarlo. Ed è forse questo il vero atto di fede di cui parla: credere che ogni giovane, se accompagnato con amore, possa davvero risorgere.

mercoledì 3 giugno 2026

Difendere la nostra umanità

Me la sono gustata perché ogni paragrafo è stato illuminante: fa assaggiare quella che è la Dottrina Sociale della Chiesa e come si declina nella nostra contemporaneità. Sicuramente nei prossimi mesi affronterò di nuovo questa enciclica, avrò certamente l’opportunità di approfondirla, ma una cosa di sicuro l’ho intuita: il punto da difendere è la nostra umanità.

Magnifica humanitas è una lettura che ogni fedele dovrebbe affrontare perché, se è vero che il potere decisionale non lo deteniamo tutti, è altrettanto vero che il rischio di disumanizzare l’essere umano non esclude nessuno. Tutti siamo chiamati a costruire la “civiltà dell’amore” facendo del nostro meglio disarmando le parole, costruendo la pace nella giustizia, assumendo lo sguardo dei poveri e sofferenti, coltivando un sano realismo e acquisendo un’attitudine a costruire legami di fraternità.

È vero che si parla di Intelligenza Artificiale, ma questo è il punto di partenza perché quello che Leone XIV vuole dirci è di non perdere di vista la nostra umanità, che è questa da preservare per costruire un mondo in cui possiamo vivere in pace, in cui i diritti di tutti e tutte vengano rispettati. 

giovedì 21 maggio 2026

Scoprire la croce di Cristo

Eugenio De Mazenod era un uomo assetato d’amore. Passionale, con un cuore grande, amava visceralmente le persone che aveva accanto.

Eugenio ebbe un’infanzia segnata da continui traumi: a due anni perse la sorella maggiore, poi la Rivoluzione francese costrinse la famiglia all’esilio, tra continui spostamenti. La madre tornò in Francia con l’altra figlia, lasciandolo crescere solo con il padre e due anziani zii. A Palermo trovò nella duchessa di Cannizzaro una figura materna, ma perse anche lei. Tornato in Francia a vent’anni, scoprì di non avere più una casa né una famiglia unita: il padre rifiutava di rientrare e i genitori stavano divorziando. Tentò invano di impedirlo.

Dunque, Eugenio era un giovane che aveva vissuto ripetutamente l’esperienza dell’abbandono e della solitudine. Era un ragazzo pieno di ferite, con un cuore che aveva bisogno di essere amato. In tutti gli anni trascorsi fino a quel momento, Eugenio era stato un buon cristiano che cercava di guadagnarsi la fedeltà di Dio per non sentirsi abbandonato anche da Lui. Viveva la religione come un dovere e non come un atto d’amore.
Un Venerdì Santo, davanti al crocifisso, vede per la prima volta, in modo “vitale”, che era stato amato così tanto al punto che Gesù era morto per lui. Inizia cioè a guardare se stesso alla luce di quell’amore, un amore che non gli chiedeva di essere diverso: Gesù lo amava così com’era, con le sue ferite, i suoi fallimenti, la sua “sete”.

L’incontro con l’amore di Cristo crocifisso non ha colmato questa sete d’amore che Eugenio aveva. Per tutta la vita si è portato dietro questa estrema necessità di essere contraccambiato nell’amore che provava per gli altri, il desiderio di trovare un’amicizia intima e sincera, reazioni e manifestazioni d’amore apparentemente sproporzionate.
Ma io credo che quell’incontro gli abbia dato la pace di guardare a se stesso per ciò che era e di accogliere le sue ferite. Accogliere e abbracciare le sue croci. E, attraverso quell’esperienza, ha trovato la forza necessaria per capire che poteva trasformare la sua croce in qualcosa che desse vita agli altri.

Perché Eugenio ha amato così tanto gli abbandonati, gli ultimi? Perché lui stesso ha fatto sulla sua pelle l’esperienza di essere abbandonato. Ha amato i feriti perché lui, prima di tutto, era un ferito.
Ma non ha permesso che quella croce lo schiacciasse: l’ha trasformata in vita per gli altri.

Noi siamo la resurrezione della croce di Eugenio!
Dalla croce di Eugenio sono nate le comunità oblate, migliaia di Oblati che, in tutto il mondo, nel corso di due secoli, sono stati accanto ai poveri. La croce di Eugenio è stata sorgente di vita per migliaia di giovani, di adulti, di anziani, e oggi anche per noi.

“A partire dal Venerdì Santo 1807, Eugenio non cercherà più il ricongiungimento dei suoi genitori, ma si metterà al loro servizio, li unirà al suo cuore e li accompagnerà affettuosamente fino alla morte di entrambi. Lui, che era stato abbandonato, non li avrebbe mai abbandonati.” (P. Mammana)

Ora guardiamo alla nostra vita e alle nostre croci. C’è chi si porta dietro gravi problemi di salute, malattie croniche, malattie invalidanti o che rendono la vita più difficile. Qualcuno può vivere situazioni di difficoltà interiori, psicologiche, spirituali. Per qualcuno la croce può essere una situazione familiare complicata; possono esserlo i figli, piccoli o grandi che siano. Può essere il lavoro che sei costretto a fare, il posto in cui ti trovi ad abitare. La tua croce puoi anche essere tu: il tuo carattere, la tua solitudine, la tua difficoltà davanti a certe cose. “La mia croce sono io, io croce a me stesso”, scriveva p. Mario Borzaga.

Nessuno di noi è esente dalla croce e nessuno, di certo, la accoglie di buon grado. Ma cosa ne facciamo di queste croci? Come possiamo fare in modo che diventino vita, che siano resurrezione?
Ognuno nella vita porta delle croci, a volte molto grandi. E non è mai facile mettersi davanti a Dio e dire: “Sì, la accolgo, trasformiamola in vita!”. Ma se c’è una cosa che ho imparato, anche guardando a Eugenio, è che ogni dolore patito, ogni croce vissuta, mi insegnano a guardare gli altri a partire dall’esperienza della croce. Mi insegnano a capire meglio le sofferenze degli altri, a stare accanto in un modo nuovo, mi mostrano che cosa sia la misericordia.

“Se è vero che ogni cristiano deve accogliere la sua croce, è vero anche che deve schiodare tutti coloro che vi sono appesi.” (Don Tonino Bello)

Angelica Ciccone