martedì 1 aprile 2025

Speranza: antidoto alla stasi missionaria

Il contrario della speranza è la disperazione. Possiamo accorgercene leggendo il Vangelo. Infatti, dopo la morte in croce di Cristo, gli apostoli erano disperati, sbandati. Loro non sapevano cosa fare. Sì erano chiusi nel cenacolo ed erano fermi, portando su di essi il peso della sofferenza perché il maestro, il loro maestro era morto. Avevano perso la speranza.

Poi è avvenuto il miracolo e la disperazione è andata via perché la resurrezione l’ha trasformata. Non l’ha cancellata ma trasformata in speranza. Noi cristiani siamo i testimoni di questa speranza. Lo so che è difficile. Come si fa a testimoniare la speranza quando la nostra vita porta dei dolori? Come si fa a testimoniare la speranza quando ci sentiamo soffocare e non troviamo una via d’uscita? Io non so dare una risposta perché ognuno ha la sua storia e dare facili soluzioni sarebbe una violenza. Posso solo indicare il Crocifisso e sottolineare che le piaghe del Cristo non sono andate via con la resurrezione. Quelle restano li, come restano impresse nella nostra mente e nel nostro cuore le sofferenze che ci accompagnano. Tuttavia, noi siamo chiamati a viverle nella speranza, non aggrappate ad esse ma trasformarle.

Con la speranza della resurrezione gli apostoli smettono di essere chiusi e trovano la loro spinta missionaria. È dopo la resurrezione che hanno il mandato da Gesù di andare in tutto il mondo e predicare il Vangelo, di testimoniare quella speranza che avevano, ormai, fatta loro. Perché la speranza non è, come qualcuno l’ha definita, la “virtù debole”, non è un aggancio al quale aggrapparci per avere una consolazione che non arriva: la virtù dei disperati appunto.

venerdì 28 marzo 2025

Quarto passo verso Pasqua: donare

C’è tanta letteratura antropologica sull’importanza del dono, su come è essenziale per il funzionamento dei rapporti tra individui. Tuttavia, mi soffermerei su due aspetti interessanti che hanno a che fare più con l’aspetto umano.

Un dono è, senza ombra di dubbio, importante per chi lo riceve. Può cambiare anche la vita e far svoltare una giornata triste. Non mi riferisco solo ai doni materiali che sono, ovviamente, importanti. Se mia moglie è triste e le faccio trovare al centro della tavola dei fiori raccolti o comprati (poco importa), il suo sguardo cambia colore. Personalmente, poi, trovo sempre bello ed emozionante ricevere doni perché sono dimostrazioni di affetto tra le mie preferite. Ci sono, però, anche doni immateriali che possono essere belli e che fanno tanto bene all’anima: donare tempo ad una persona cara in difficoltà, ascoltandola, standole vicino e prenderle la mano. Un dono può cambiare la prospettiva sulle cose.

C’è anche un altro aspetto che reputo importante: il donare aiuta anche chi compie questa azione. Un dono, quando è sincero e gratuito, riempie l’anima di dolcezza, è un lasciapassare nel cuore di chi lo riceve. Poi, se il dono è fatto in un momento di dolore, assume un valore immenso. Forse è per questo che Gesù, dalla croce, dona Maria all’umanità: perché questo regalo non ha prezzo e il Cristo sofferente vuole sottolinearlo.

Lasciamoci guidare, quindi, dalla logica del dono, affinché tutti possiamo riconoscerci fratelli che crescono nell’amore.

 

giovedì 27 marzo 2025

2020 - 27 marzo - 2025: la Statio Orbis di Francesco

Oggi sono 5 anni dalla sera in cui, in una Piazza San Pietro vuota, Francesco ha preso su di se il dolore, l’attesa, la tensione e i dubbi che la pandemia aveva portato nelle nostre vite.
Quella sera il Papa è stato un cireneo che ha cercato di sollevare tanti da una croce ormai pesante.
Quella sera il Papa ci ha ricordato che tutti eravamo sulla stessa barca e “non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme”. Ma non dimentichiamo che questo valeva cinque anni fa come vale oggi.

(Foto di Vatican Media)

domenica 23 marzo 2025

Le mie "prime volte" missionarie

Due pensieri dal ritorno dalla missione a Chiaiano, la missione delle (mie e tante) "prime volte". Ne condivido solo due perché le altre sono perle preziose da custodire nell'intimo.
È stata la prima volta che in maniera esplicita ho potuto fare un’attività che fosse un’emanazione del mio essere nella famiglia oblata e di farlo nella parrocchia dove sono cresciuto senza la preoccupazione che questo mio essere avrebbe causato incidenti diplomatici. I miei due mondi si sono finalmente incontrati e abbracciati: quello in cui sono cresciuto come cristiano (la parrocchia) e quello in cui vivo la mia vocazione all’interno della Chiesa (il carisma oblato).
È stata la prima volta che ho fatto un annuncio esplicito del Vangelo per le vie del mio quartiere vedendo i volti e parlando con le persone che conosco da una vita. Questa cosa, però, mi ha portato a fare un passo indietro perché mi sono reso conto che, parlando con queste persone, non portavo Cristo ma il protagonista ero io e il “che bello che sei venuto da Roma per questa missione”. Però, non ero venuto a Chiaiano per sentirmi protagonista ma per portare il seme di speranza che una vita nuova è possibile per questo spesso mi sono messo in disparte: non per una mia timidezza ma per far annunciare meglio Cristo agli altri.
È stata la prima volta, forse, che ho capito che la mia vita sarà piena di “prime volte” e che queste porteranno linfa vitale alla mia vita e al mio cammino di fede.

venerdì 21 marzo 2025

Terzo passo verso Pasqua: carità

Quando pensiamo alla carità la prima cosa che viene in mente è l’elemosina, il donare qualche spicciolo ai poveretti che chiedono un aiuto economico su un ciglio della strada o fuori le nostre parrocchie. Sicuramente quello è una forma di carità ma per noi cristiani questa ha un significato più profondo.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce la carità come “la virtù teologale per la quale amiamo Dio sopra ogni cosa per se stesso, e il nostro prossimo come noi stessi per amore di Dio.” Leggendo questa definizione mi vengono i brividi. Quanto è difficile mettere in pratica la vera carità quella che tutto ama, tutto sopporta!

Fortunatamente ho un maestro che, per tutta la sua vita, mi ha mostrato la via da percorrere per poter mettere in pratica questa virtù. Gesù, infatti, ha mostrato concretamente come amare Dio e gli altri anche quando questo amore non è compreso, anche quando prende la forma (illogica per le dinamiche umane) della croce. È da quel trono di morte, infatti, che ci mostra fino a dove deve arrivare il nostro amore per Dio: alla donazione totale. Quel “li amò fino alla fine” (Gv 13,1) è la meta della carità. Sarà proprio questa che porta il Figlio a dire al buon ladrone che sarebbe stato alla sua destra. Anche in punto di morte, Gesù continua a dispensare atti d’amore immensi.

Preghiamo Dio Padre che possa donarci un cuore libero di amare Lui e gli altri. Di amare come ha fatto il Figlio fino ai suoi ultimi momenti, come lo ha fatto sul Calvario: senza riserve.